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Sacchetti bio a pagamento, continuano le polemiche

Anno nuovo, indignazione nuova. O forse dovremmo dire indignazione vecchia, perchè in fondo dei sacchetti biodegradabili ultraleggeri (sotto i 15 micron) a pagamento, se ne parla - e molto spesso non esattamente in termini entusiastici - già da prima di mandare in soffitta il 2017. 

La questione, ormai, è nota: dal 1° gennaio in Italia le borse di plastica in materiale ultraleggero «richiesti a fini di igiene o forniti come imballaggio primario per alimenti sfusi» devono necessariamente essere biodegradabili e compostabili, e con un contenuto minimo di materia prima rinnovabile non inferiore al 40%. Percentuale, quest'ultima, destinata a salire al 50% dal 1º gennaio 2020 e poi al 60% dal 1º gennaio 2021.E soprattutto, i bioshopper «non possono essere distribuiti a titolo gratuito - come si legge nella norma che tanto sta facendo discutere - e a tal fine il prezzo di vendita per singola unità deve risultare dallo scontrino o fattura d'acquisto delle merci o dei prodotti imballati per il loro tramite». 

In quello che molti definiscono il primo nuovo balzello del 2018, sono coinvolti in primis i sacchetti che siamo abituati ad usare per imbustare frutta e verdura al supermercato, che non sono più gratuiti ma costano, in media, da 1 a 3 centesimi: un caro-spesa, se così si può definirlo, che secondo l'Osservatorio di Assobioplastiche costerà mediamente dai 4,71 ai 12,51 euro all'anno a famiglia.

Ma la novità non si ferma lì: anche i sacchetti delle farmacie, ad esempio, dal 1° gennaio non possono più essere distribuiti gratis, come conferma la stessa Federfarma. E nelle farmacie stanno facendo la loro comparsa le locandine che informano i clienti del nuovo esborso, anche se comunque Federfarma Lombardia assicura che si cercherà di livellare il costo verso il basso.

A ben guardare, va detto che l'Italia è stata "più realista del re": la direttiva UE che impone agli Stati membri la stretta sulle borse di plastica infatti, lascia ad ogni Paese un ampio margine di manovra sul "come", e anzi li autorizza ad esonerare dal giro di vite le borse ultraleggere. Ma tant'è, da Roma la decisione è andata in un'altra direzione, ed ora anche il Rhodense, come il resto d'Italia, si trova a farci i conti.

«La novità dei sacchetti biodegradabili a pagamento ha scatenato un putiferio, e in alcuni casi ha dato vita anche a situazioni paradossali - commenta il presidente di Confcommercio Rho Carlo Alberto Panigo -: basti pensare che abbiamo visto etichettare singolarmente pomodori o banane, tanto che qualcuno si è chiesto se in fondo non inquinino di più queste etichette della borsa ultraleggera. Sicuramente dal punto di vista della tutela ambientale non dobbiamo dimenticare che i sacchetti di plastica hanno causato diversi danni, e in questo senso l'introduzione dei sacchetti biodegradabili rappresenta una svolta importante. Il sistema con cui si è scelto di intervenire, però, poteva essere strutturato meglio: siamo in un momento di difficoltà, in cui soffrono tutti, dalla grande distribuzione alla piccola, e anche il sacchetto può diventare un problema. E non solo per i negozi, ma anche per le persone che si trovano in situazione di difficoltà estrema, dove un centesimo può veramente fare la differenza».

Sui social, intanto, dopo le proteste iniziali - e non solo - di molti consumatori che ritengono la novità un sopruso, iniziano a farsi strada anche le prime perplessità. Bene i sacchetti in materiale biodegradabile, secondo alcuni cittadini, ma allora perchè non vietare la vendita di frutta e verdura preconfezionata in vaschette di plastica? E perchè non cambiare anche il materiale dei guanti? Senza contare che spesso i sacchetti si rivelano poco resistenti, e finiscono per dover essere buttati ancora prima di essere stati effettivamente utilizzati.

(Leda Mocchetti)